Un nuovo e significativo passo avanti nell’inchiesta sul presunto sfruttamento dei rider. La Procura di Milano, con il pubblico ministero Paolo Storari, allarga il raggio d’azione e dopo aver puntato l’attenzione sulle piattaforme di consegna a domicilio, ora guarda anche alle grandi multinazionali che utilizzano quei servizi per recapitare i propri prodotti ai clienti.
Sotto inchiesta non solo i delivery ma anche le aziende che le utilizzano
L’ipotesi investigativa è chiara: non solo le società di delivery, ma anche le aziende che si avvalgono di tali piattaforme potrebbero avere un ruolo nel sistema che, secondo gli inquirenti, rischia di configurare forme di caporalato digitale.
Questa mattina la Procura guidata da Marcello Viola, insieme ai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro, ha notificato una richiesta di consegna documentale a importanti gruppi internazionali – al momento non indagati – tra cui McDonald’s, Burger King, Carrefour, Esselunga, Crai, Poke House e KFC. Le aziende risultano coinvolte in quanto legate da rapporti contrattuali con Deliveroo e utilizzano gli stessi rider per effettuare le consegne.
Il servizio di consegna si inserisce in un sistema lavorativo irregolare
L’obiettivo dell’attività investigativa è verificare l’adeguatezza dei modelli organizzativi adottati dalle società per prevenire eventuali situazioni di sfruttamento lavorativo. In sostanza, la Procura chiede alle multinazionali quali strumenti abbiano messo in campo per evitare che il servizio di consegna si inserisca in un sistema lavorativo irregolare.
I carabinieri hanno richiesto documentazione dettagliata: organigrammi aziendali, procedure interne, sistemi di accreditamento dei fornitori, codici etici, verbali degli organismi di vigilanza, canali di whistleblowing e attività di audit.
Stesso tipo di inchiesta usato nel mondo della moda
Il presupposto giuridico è che modelli organizzativi non adeguati potrebbero configurare un’agevolazione colposa del caporalato. Una linea investigativa già seguita negli ultimi due anni dallo stesso pm Storari nel settore della moda, con contestazioni rivolte a grandi marchi internazionali come Armani, Dior e Louis Vuitton.
L’inchiesta segna così un cambio di passo: la responsabilità lungo la filiera del lavoro digitale viene osservata nella sua interezza, dalle piattaforme fino ai grandi brand che ne utilizzano i servizi.




























